Sboccia il lunedì – Il giardino bonsai

Finalmente il nostro giardino sembra prendere forma. Quando l’abbiamo preso era ridotto maluccio, con l’erba alta alta che sommergeva due bellissime rose, dai colori vivaci e dal dolce profumo di nettare. Peccato che non abbiamo scattato foto prima di iniziare i lavori, il cambiamento che il nostro giardino ha subito in questi due mesi è sbalorditivo.
Nell’angolo del prato, nella zona bassa, abbiamo vangato e arato il terreno per poter creare un piccolo orticello che ci fornisse verdure ed erbette per tutta l’estate. Un lavoraccio incredibile, il terreno era pieno di piante infestanti e di sassi di tutte le dimensioni. Al costo di una sudata tremenda e di 5 fiacche per uno, siamo riusciti a smuovere la terra e a creare le aiuole. Il giardino, con l’erba appena tagliata e la terra viva appena smossa, finalmente iniziava a prender forma. La seconda tappa è stata quella di delimitare il bordo delle aiuole con delle lastre di pietra grandi come mattonelle: in questo modo le erbacce avrebbero faticato ad invadere l’orto. Non abbiamo dovuto andare a cercare chissà dove, le lastre erano ammuchiate alla bell’e meglio in un angolo del prato. Con le restanti piode e lastre abbiamo costruito un giardino-bonsai (vedi foto 1): con poca terra fresca e un po’ di pazienza siamo riusciti a far crescere delle Bocche di Leone e dei fiori dei quali non conosco il nome (vedi foto 2); lì accanto abbiamo posto un vaso con una pianta grassa e un vaso con un’ortensia rosa. Nel mezzo c’è un sasso-vulcano, ossia un sasso nel quale si è creato un cratere per mezzo di gocce d’acqua, che giorno dopo giorno, plic dopo plic, lo hanno scavato. Il muretto che c’è dietro al giardino-bonsai delimita la piccola aiuola dedicata alle erbette quali prezzemolo, erba cipollina, rosmarino,… Presto ci sarà un raccolto e non vedo l’ora di mostrarvi che bellezza di zucchine o pomodori ci regala tanta fatica! 🙂

ciaooo

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Mercoledì fai-da-te

Un post che ho letto sulla fame serale-notturna mi ha fatta riflettere. Effettivamente è al calar del sole che in me si sveglia il mostro famelico, quello che ama mangiare cibi goduriosi, che si lecca le dita e lecca pure il piatto vuoto. Insomma, quel bastardo (concedetemi il termine) che poi se la svigna quando c’è da fare sport e che non dà neanche una mano quando c’è da infilarsi un paio di pantaloni di lino che ormai sono troppo stretti.
Durante l’ultima settimana (diciamo gli ultimi giorni) prima della consegna della tesi, il suo brontolio, un suono sommesso e quasi gutturale, mi distraeva dai miei compiti, e come una nenia ipnotica mi convinceva a nutrirmi delle più disparate leccornie. Per mia fortuna la dispensa traboccava di carote e mele verdi, così la belva si è dovuta accontentare di azzannare innocenti tuberi e ignari frutti. Quando l’adrenalina aumentava, quando era forte la consapevolezza che la scadenza del termine di consegna era alle porte, ogni organo era concentrato sulla tesi. I miei sensi diventavano un tutt’uno, si fondevano e assieme lavoravano per mettere fine a un lungo capitolo della mia vita. Così le mie orecchie non sentivano il lamentoso richiamo del mostro affamato, il mio corpo non percepiva il suo lento ma inesorabile risveglio. E quasi mi dimenticavo di cenare. Peccato che star seduta tutto il giorno su una sedia e poi sdraiata nel letto non abbia aiutato un granché a limitare l’espansione millimetrica, ma costante del mio fondoschiena.
ora che il periodo della tesi è alle mie spalle, le giornate sono incentrate sullo studio per gli esami finali. L’afa è insopportabile e non aiuta ad essere applicata e impegnata nell’apprendere con costanza quanto raccontano i libri e gli appunti. Ma c’è un vantaggio: quando l’aria è tanto pesante, quando sembra di respirare fuoco, anche la belva si rintana al fresco, a dormire chissà dove. E mi lascia in pace. QUando il sole cala e l’aria si fa più fresca, da lontano giunge il suo brontolio affamato. E lì si scatena il turbine della fame compulsiva, ed io svanisco nelle spire di questo valzer della goduriosità.

Ho quindi deciso di tenermi occupata anche di sera. Io adoro il lavoro manuale. Da bambina alle scuole elementari i maschi facevano attività manuali e le bimbe “lavoro femminile”, cioè imparavamo a fare le brave massaie che attaccano bottoni e lavorano la lana. Io ero talmente negata che per finire, onde evitare una brutta (e inutile) nota sul libretto, sono stata trasferita con i maschi a lavorare il legno e levigare la roccia. Che bello! 😀 Prima di iniziare la tesi, quando avevo un po’ più di tempo a disposizione, ho iniziato a costruire casette in miniatura con materiale trovato nel bosco o sulla spiaggia: fiori, foglie, sassi, legnetti e cortecce, muschio, insomma, di tutto un po’. Poi, una volta finite, le sistemo nel giardino o nei vasi di fiori, quasi a creare un paesino immerso nella natura. Penso che riprenderò questo mio hobby, vuoi vedere che mi aiuta a rinchiudere il mostro una volta per tutte nelle mie viscere più profonde? 🙂

Si apre così un nuovo appuntamento quello con il mercoledì fai-da-te! ciaoooo

Lalla

Sboccia il lunedì! Le Orchidee

No so voi, ma io adoro le Orchidee. Sono di una bellezza mozzafiato, hanno forme e colori tanto eleganti da sembrare creazioni di uno stilista di alta moda. E qui la stilista è Madre Natura, di fonte alla quale mi inchino per la sua ennesima meraviglia .

Ricordo la gioia provata il giorno in cui mi hanno regalato la mia prima Orchidea: i fiori, grandi tondeggianti e perfetti, erano appena sbocciati e si mostravano in tutta la loro perfezione. I petali erano serici, bianchi e dal morbido profilo perlato. Solo il cuore del fiore era di un rosa intenso, come se un piccolo lampone ci fosse caduto dentro, lasciando dietro di sé qualche lieve e piccola macchiolina. Una visione.

Passavano i giorni e io felice ammiravo la bellezza della mia Orchidea, mentre nebulizzavo nell’aria fresche gocce di acqua; passavano le settimane e compivo quello che ormai era diventato un rito: nebulizzare e ammirare. Poi una mattina mi sono svegliata e Lei, la mia Orchidea, inizia a perdere turgore, le foglie si afflosciano e i fiori, splendidi delicati fiori, seccano e cadono. Non erano i fiori ad allarmarmi, avevano ormai compiuto il loro ciclo vitale, ma le foglie. Così ho deciso di comprare del fertilizzante creato appositamente per la mia adorata. Un nuovo rito ha inizio: nebulizzare, fertilizzare, osservare. Il funerale ha avuto luogo due settimane dopo. Un velo di tristezza ha accompagnato i giorni seguenti, finché il sole primaverile non ha spazzato via ogni amarezza. È rimasta solo la risoluta fermezza che mai, dico mai, avrei preso un’altra Orchidea.

Sono passati diversi anni da quel mio piccolo lutto personale, e le Orchidee le ho solo ammirate da lontano. Ho visto amiche e parenti soffrire le stesse mie pene nel veder morire la propria adorata Orchidea. Ho visto scaffali carichi del perfetto fiore, in agonia, svenduto per pochi soldi. ” Eh, le Orchidee sono così. Belle quando sono in fiore, poi non sopravvivono”, dicevano tutti.

Circa due anni fa ho cambiato casa. Ho traslocato in un appartamento piccino, ma confortevole. Due grandi finestre danno su un balcone di 12 metri quadrati, il sole manca per qualche mese d’inverno, ma ci accarezza fino a tarda sera d’estate. E soprattutto, non ci arroventa:  non picchia mai direttamente sulle finestre. Arriva un nuovo compleanno e la mia dolce metà, sapendo del mio amore per i fiori, decide di regalarmene due… rientro dal lavoro e mi sembra di sognare, il mio incubo peggiore è lì sul tavolo. Un’Orchidea bianca e un’Orchidea viola, mi sorridono dai loro vasi. Sono stupende. Cerco di nascondere le mie sensazioni al mio compagno per non sconvolgerlo, e lui interpreta le mie lacrime come uno sfogo di gioia. Ormai è fatta, non posso certo fargliele portare via. Le posiziono sul davanzale della finestra che abbiamo in sala. E ricomincia il rito, giorno dopo giorno: nebulizzare e adorare. Stavolta con molta apprensione. Passano le settimane e cresce la consapevolezza che presto tutto finirà. Nebulizzo. Fertilizzo. Aspetto il giorno nero. E lui arriva implacabile: le foglie si sono afflosciate. Con la disperazione negli occhi cerco conforto tra le braccia del mio compagno, che mi prende il viso tra le mani, mi asciuga le lacrime e mi sossurra “Perché non fai loro un bagnetto?” Un bagnetto? Mi lascio convincere senza opporre la benché minima resistenza, prendo le mie adorate piantine e le immergo nell’acqua tiepida che riempie il lavandino. Aspetto un’oretta, le sgocciolo ben bene e le rimetto sul davanzale. Giorno dopo giorno, seguo il mio rito: nebulizzare, osservare e sorprendersi. Di settimana in settimana, meccanicamente, faccio il bagnetto alle mie Orchidee. Un nuovo, collaudato rituale. E mi sorprendo sempre più  perché è ormai giunta la primavera e con lei è arrivata pian piano anche l’estate. E loro sono ancora lì, con me.

Una mattina, mentre preparo l’acqua da nebulizzare sulle Orchidee con la cura con cui una mamma prepara il latte per il suo bambino, la scoperta: sui rami recisi di entrambe le Orchidee sta crescendo qualcosa. Con il tempo nasceranno foglie e radici, lunghe e sode radici. Wow, le mie Orchidee si sono riprodotte. Ora la mia famiglia si è allargata, sono quattro! Decido di recidere il ramo proprio sotto la nuova piantina in entrambe e le posiziono in vasi di vetro, aggiungendovi qualche scheggia di corteccia. Passa un anno e le mie meraviglie sono ancora vive. Sono felicissima, ma un solo rimpianto mi stringe il cuore quando vedo quelle piante in fiore sugli scaffali dei negozi. Le mie non fanno fiori. Sono vive, sì, ma senza fiori.

La mattina del compleanno del mio compagno è lui a svegliarmi. Mi dà un bacio e mi guarda divertito. Io non capisco. “Mi hanno fatto un regalo, ma credo sia per te”. Eh? Cosa vai blaterando? “Chi ti ha fatto un regalo? E perché dovrebbe essere per me?” Mi prende per mano e mi conduce vicino alla finestra: tre rametti stanno spuntando dalle Orchidee!! Rametti, non foglie! O mamma mia, i fiori! Stanno nascendo i fiori!! Ero al settimo cielo, per il  mio compleanno, se tutto filava liscio, avrei avuto tre Orchidee in fiore. Da nebulizzare. E soprattutto da ammirare.

Ecco quanto ho imparato su questo splendido fiore:

  • mettere il vaso in un luogo ben luminoso, ma che non sia raggiunto dai raggi diretti del sole.
  • nebulizzare tutti i giorni dell’acqua fresca ma tiepida sulle foglie e sulle radici, controllando che assorbano bene l’acqua. Le mie hanno radici verde-biancastre opache, che diventano completamente verdi e lucide quando sono imbevute di acqua.
  • una volta alla settimana fare il bagnetto alla propria piantina. Riempite di acqua il lavandino e immergetevi il vaso con l’Orchidea. Basta poca acqua.
  • se volete, di tanto in tanto date un po’ di fertilizzante apposito per Orchidee. Ce ne sono in commercio di liquidi, da vaporizzare come fate con l’acqua.
  • quando i fiori seccano e cadono, tagliate il rametto sopra al terzo nodo dal basso. Da me sono nate nuove piantine che potranno essere poi ripiantate.

Ciauuu